La coltivazione del caffè e la povertà sono spesso collegati, soprattutto in Africa, in cui non solo i piccoli agricoltori vivono nella miseria, ma, anche gli stati che basano la loro economia su queste piantagioni risultano tra i meno sviluppati.

Di questo si è parlato nei giorni scorsi alla Winter School “Global Coffee Scapes” dell’Università di Pavia a cui abbiamo partecipato come Iscos. Jelmer Vos, professore dell’università di Glasgow, ha spiegato che per capire il rapporto tra coltivazione del caffè e povertà, bisogna tornare agli anni post coloniali (1975) quando l’Angola era uno dei principali produttori mondiali di caffè qualità Robusta. La coltivazione del caffè, dopo la fine della tratta degli schiavi, era imposta ai piccoli agricoltori come materia prima sostitutiva. Quando le popolazioni locali scoprirono la redditività del caffè, tutti volevano coltivarlo. La grande produzione di caffè fece entrare i piccoli contadini nel mercato mondiale, ma l’importante guadagno che avevano ottenuto veniva usato per comprare beni materiali come le moto, le biciclette fino alla coca cola; oppure redistribuito tra quelli ancora poveri, così da crearsi una fama e una rete di dipendenze. Il non reinvestire nell’economia ha rallentato notevolmente lo sviluppo di queste aree.

Tuttavia non c’è un grande consumo di caffè negli stati africani, principalmente perché gli stabilimenti di tostatura e macinatura sono all’estero e lo stesso caffè che gli stati africani esportano, verrebbe reimportato come prodotto finito. La tostatura è il processo che da’ il maggior valore al prodotto, ma venendo fatta all’estero rispetto alla coltivazione, toglie questo valore ai paesi produttori di caffè. È tuttavia difficile riportare questo valore all’interno dei paesi produttori per una serie di fattori: la mancanza dei macchinari adatti, che dovrebbero essere importati, la manodopera non istruita al loro utilizzo, ma soprattutto la mancanza di investitori disposti a finanziare questi miglioramenti. I paesi africani tendono comunque a preferire l’esportazione anche perché in questo modo ottengono moneta straniera che gli permette di comprare beni materiali, anche se a prezzi raddoppiati o triplicati.

Nell’ambito della conferenza, Marcello Poli di Iscos Emilia Romagna, ha raccontato dell’impegno dell’ente di cooperazione in Etiopia in cui sono attivi tre progetti: uno nel settore tessile, uno in quello conciario e il terzo nelle piantagioni di caffè. Iscos Emilia Romagna collabora da dieci anni con i sindacati etiopi, facilitando le relazioni tra i lavoratori e le compagnie. La più grande difficoltà è la carenza di dati sulla popolazione che rende difficile individuare le necessità e creare progetti specifici per assecondarle. L’obiettivo è cercare nuove opportunità per i lavoratori locali senza mettere a repentaglio la loro identità e le loro tradizioni, un equilibrio difficile da raggiungere in contesti così complessi. Iscos cerca di affiancare i sindacati nel loro lavoro, provando a cambiare il loro sistema dall’interno senza intervenire con novità ingestibili.